| la via del cielo |
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“La via del cielo”
Conduci un calesse in alto nel cielo, la strada la troverà da solo. Dentro ci poserai una stella al ricordo che le cose impossibili...possono divenire possibili.
Metto a fuoco perchè i miei occhi nella penombra non vedono, non capisco bene dove sono. Questa casa non è la mia, il letto ha il materasso troppo duro, i cuscini sono delicatissimi, hanno federe di raso, sembrano rosso bordò. Ho in bocca un sapore cattivissimo, come di sangue, ho una camicia da notte che non è la mia, non le uso e poi ho dolori dappertutto. Cerco di schiarirmi le idee e dall'altra parte di una porta in mogano nero, pesante, sento delle voci. Soffuse ma poco rassicuranti, sembra che parlino arrabbiati e tra i denti, la cadenza è romana, si sente. “Ok sono a Roma, la mia città, almeno credo, ma il dubbio mi rimane. Dove sono e perchè sono quì?” Faccio per scendere dal letto e subito sento una fitta profonda alle costole, che mi fa uscire un piccolo grido misto di meraviglia e dolore. Le voci si interrompono, sento dei passi allontanarsi dalla camera dove sono sdraiata come se facessero un corridoio lunghissimo. A fatica riesco a mettermi sui due piedi, noto subito una fasciatura ben fatta sulla gamba destra. Ai lati è sporca di sangue. Forse qualcosa riesco a ricordare. Ieri sera ho avuto un incidente in auto insieme alla mia amica, Sofia. Mi parlava, “ma cosa diceva”? ricordo solo due parole: "rimani sveglia". Vado verso una porta bianca, sembrerebbe il bagno. Mi gira la testa e mi viene da vomitare, tutto intorno mi è sconosciuto, nulla di quello che vedo mi ricorda qualcosa... la apro e mi inginocchio sulla tazza e libero la mia nausea. Quasi a carponi arrivo al lavandino e giro la manopola dell'acqua, me ne infilo un pò in bocca e sciacquo forte, sputo e lentamente mi accingo a guardarmi allo specchio. "Ma quella non sono io! oh mio Dio, ma cosa è successo?" Rabbrividisco guardandomi. La mia faccia è completamente livida, sembro un oliva nera, la bocca è gonfia come se fossi passata in un centro di chirurgia plastica, non ho più le sopracciglia e ho un grosso cerotto che parte dalla guancia destra e arriva all'orecchio. Cerco di aprirlo con molta delicatezza, per vedere cosa c'è sotto. "Rimani sveglia"...queste parole mi girano nella testa, rimbombano se le penso forte... Lentamente il cerotto viene via, quasi come quando spilzi le carte da poker. Subito vedo il primo punto, il secondo, il terzo...lo strappo decisa e rimango immobile, silenziosa e incredula. Sto per piangere, non riesco ad urlare, non sento niente...vedo solo la cicatrice che devasta il mio volto. Mezzo orecchio è bruciato, completamente nero, dove prima c'erano i capelli, ora c'è una crosta rosa-marroncino e i miei occhi rimangono incollati su quell'immagine. Non so per quanto ho osservato quello specchio, completamente in trans, ma all'improvviso ho sentito un rumore dietro di me. “Una persona”, non la vedo perchè ho gli occhi pieni di lacrime, però mi lascio condurre senza la minima resistenza, quindi vengo adagiata nuovamente sul letto. Non ho parole, sono sbalordita e non credo a quello che ho visto. "E' un sogno, anzi no, un incubo ma presto mi sveglierò e tutto tornerà alla normalità". Percepisco di nuovo la persona di prima, con mani agili mi prende il braccio, lo lega con un cordino fatto di silicone, mi da un paio di colpetti al lato opposto del gomito, sento un pizzico e qualcosa di liquido che passa per le mie vene. Subito mi rilasso pesantemente, chiudo gli occhi e tutto diventa nero.
Immagina di trovarti nel mezzo di un ciclone. Credi di essere spacciato, ma non è così, è il fuori che danneggia. Tutto è calmo al centro, quasi…sospeso. Non ci sono sbalzi, al massimo solo un po di vento. Questa sono io. Un ciclone, all’apparenza un cataclisma di smisurata entità, una che passa e lascia una gran scia, sia nel bene che nel male. Spero più nel bene… Nel mio profondo, quello che non può violare nessuno, c’è sempre quel senso di ordine del caos. Tutto intorno gira vorticosamente, persino i miei pensieri, ma tanto chi decide alla fine è il mio istinto, quella sana irrazionalità che ti spinge a fare la cosa giusta, perché è così per la natura, per tutti, compresi noi. Faccio questo pensiero un po prima di riprendere conoscenza. Il mio cervello ancora in posizione rem, mi sta mandando un messaggio, ma proprio non riesco a decifrarlo in questo momento. Ho una sola consapevolezza: sono irriconoscibile e mi fa male tutto, solo lo stomaco và un po meglio. Adesso ho bisogno di spiegazioni e le voglio ora! “Ma quanto ho dormito? Che giorno è?” Apro la porta di mogano e trovo un corridoio ambo i lati, abbastanza lungo e profumato. Per terra ci sono dei faretti ad illuminarlo e nessun altra porta, se guardo a destra, prosegue a sinistra, se guardo a sinistra invece, prosegue a destra. Mi viene da pensare che sto dentro un quadrato. Faccio una conta veloce e decido di andare a destra. Mi piace di più, “forse perché è la parte irrazionale del mio cervello?”. Mi muovo lentamente aggrappata ai muri, tinteggiati di bianco, voglio riuscire a capire dove sono, cosa è successo a Sofia, perché mi trovo qui. Spinta da questi bisogni, riesco a svoltare a sinistra e trovo una porta con la scritta “VIETATO ENTRARE”. Me ne frego e tento di aprirla, abbasso la maniglia e sento lo scattino della cerniera. Mi affaccio prima con il viso, è buio e cerco l’interruttore che di solito è ad un metro da terra. Lo trovo e lo pigio.
È una stanza, identica alla mia, un letto un comodino una sedia e un tavolo, al di là della porta bianca un bagno. Nessuna traccia di essere umano o vivente che sia. C’è una finestra però. La apro ma è finta, al di là c’è solo un muro, bianco come quello del corridoio. Decido di uscire e cercare ancora, quindi non mi rimane altro da fare che tornare indietro e vedere cosa c’è a sinistra. Dopo 5 minuti sono di nuovo davanti ad una porta, solo che in questa c’è un cartello con scritto “USCITA”. “ Da non credere, a saperlo prima evitavo di sprecare inutilmente le mie poche energie”. Aprendola trovo una stanza con sei monitor, tutti accesi e funzionanti. Due puntati sul corridoio, due dentro le camere e due dentro i bagni. Sento odore di cibo e quasi automaticamente lo stomaco mi inizia a brontolare. “Ho fame, da quanto non mangio? Ho anche una sete terribile”. Mi arriva dritto nelle narici odore di cornetti freschi e caffè, “forse è mattina allora?”. Mi desto da questi pensieri, è altro quello che sto cercando ora e con gli occhi semiaperti, per via di un fortissimo mal di testa, cerco una vera via di uscita, sembra che non ci sia, oltre agli schermi accesi c’è una scrivania per contenerli e due sedie. “Bene, quindi siete al massimo due, se non 1 solo. Ma da dove entrano? Ci sarà senz’altro un modo, mica camminano attraverso i muri”! Sulla parete dietro gli schermi noto una grande crepa verticale e dritta. Ci giro intorno e sembra una specie di montacarichi d’albergo a scomparsa. C’è un bottoncino rosso, sembra di quelli per chiamare l’ascensore. Ci penso solo un attimo poi lo schiaccio con l’indice. Un tonfo che sembra provenire dal basso, poi rumore di ferro e cigolii vari, si non c’è dubbio, sta salendo. Al suo arrivo, le pareti si sono aperte internamente, una a destra e l’altra a sinistra. È proprio un vero ascensore, ha tutto ciò che si può definire tecnologico, ma con riservatezza, elegante e asettico al tempo stesso, cromato con rifiniture nere. Salgo ed una voce esce delle casse in alto facendomi letteralmente saltare. “Buon giorno e ben alzata, la colazione è pronta si accomodi pure”. La voce che ne esce è solo un disco, mi è salita la paura e mi sento pietrificata. Non so cosa fare, entro? “per forza, ma che razza di domanda mi vado a fare? Quanto meno mangerò, ho lo stomaco vuoto” “ premere T premere T…” Premo il tasto T, cioè l’ultimo in basso, io invece a quanto pare sono al 5 piano, cioè l’ultimo, prima di quello c’è solo l’ALT. Poco dopo mi trovo al piano terra, si aprono le porte e vedo una sala bianca, sembra una mensa, ci sono decine di tavoli apparecchiati e sedie intorno, il pavimento è in linoleum lucidissimo finto marmo bianco, le finestre sono alte e di legno con le maniglie in ottone, come quelle di una volta, solo che queste sono nuove. Infondo alla sala c’è un tavolo imbandito con ogni ben di Dio, marmellate, cioccolata, pane fresco, cornetti, succhi d’arancia, latte e caffè, prosciutto e formaggio, pizzette bianche e rosse. Lo stomaco suggerisce un caffè e una brioches, così mi accingo a soddisfare la richiesta fisiologica. So che dovrei cercare qualcuno o qualcosa ma adesso se non mangio muoio, quindi prima mi rifocillo poi a stomaco non più vuoto, cerco delle risposte. Mi siedo perché la gamba duole, ho anche un piede gonfio, “questo mi era sfuggito”. In fretta e furia ingurgito tutto, non voglio sprecare un minuto di più, guardo dov’è la porta e grazie al cielo la trovo immediatamente con lo sguardo. È identica a quella della camera dove dormivo, mi alzo un po a fatica e vado in quella direzione anche se ho continui capogiri e inizio a sentire forti dolori alla gamba. Per fortuna si apre e trovo un uomo e una donna. “qualcuno può spiegarmi dove sono e cosa mi è successo?” Lui ad occhio deve avere una cinquantina d’anni, è grasso ed ha la barba folta, porta occhialetti rotondi come quelli di Jhon Lennon, mi guarda con un espressione acuta e per nulla meravigliato della mia presenza, mentre lei è più giovane, una bella donna in camice, mora e snella con delle gambe toniche e asciutte, porta una matita tra i capelli, per tenerli raccolti, ma ha due occhi severi seppure di un verde bellissimo, anzi, così verdi non li avevo mai visti. “Sono la dottoressa Vasta, succede” mi risponde lei “ che si trova in una clinica privata dopo un brutto incidente, dove ha riportato vari danni, di entità media seppure non da sottovalutare, quali, trauma cranico, schiacciamento della penultima e ultima vertebra, laceramento e contusione della gamba destra, distorsione del piede destro, ematoma e lacerazione facciale, bruciature di 2 grado sul cuoio capelluto e due costole contuse”. Si aggiusta la matita tra i capelli fluidi e continua a parlare. “Lei è arrivata qui 6 giorni fa, è rimasta priva di conoscenza ed è stata alimentata artificialmente, ha subìto un intervento di ricostruzione plastica al viso, il primo di una lunga serie se vorrà…” Mentre la dottoressa parla io sento quella voce: rimani sveglia! La interrompo bruscamente.” Dov’è Sofia? Come sta? Sono stati avvertiti i miei parenti?” “ Vede signorina, lei non aveva documenti con sé e il Conte David De La Roche, sentendosi responsabile per l’accaduto, ha espresso il desiderio di poterci occupare personalmente della sua guarigione, nonché della sua salute mentale, ora, se vuole può dirci lei come si chiama”. Non capisco se questa dottoressa è una sadica inacidita o fa la parte, ma prima di presentarmi ho ancora altre domande da fare. “ Dov’è Sofia e chi è questo Conte David o come cavolo si chiama!” Si alza l’uomo, che fino ad ora è rimasto silenzioso, prende una sedia pieghevole dietro di se, la apre e mi fa cenno di sedermi. “ Sono il direttore della clinica De La Roche, il mio nome è Gervaso Foschi” esordisce lui. “ Della sua amica, la signora Sofia, noi non sappiamo nulla. Lei è stata prelevata molto tempo prima con l’elicottero personale del Conte e portata da noi dove ha ricevuto cure immediate”. Mentre Foschi risponde, continuo ad avere dei flash. Vedo Sofia spaventata che mi tiene la mano, mi parla ma ho le orecchie tappate, forse dal sangue o dalla botta, sento solo quelle due parole: rimani sveglia. Vedo la macchina ridotta un rottame nel lato anteriore del passeggero, cioè dov’ero seduta io, vedo anche un vigile che smaltisce il traffico dei (curiosi per forza) e le luci blu delle sirene. “ Mi sta ascoltando?” Rispondo ma è come se parlasse un'altra me “ mi chiamo Giulia Cannato”, sento la voce di un uomo che continua a dire, “è colpa mia, oh mio Dio è colpa mia! Questa ragazza poco fa parlava seduta al bancone del locale con me”. “ Signorina Giulia!” Trasecolo nel sentire il mio nome ed esco dai miei ricordi per catapultarmi nella realtà. “ Ascolti, se lei potesse dirci dove abita, un indirizzo o anche solo un numero di telefono” lo interrompo bruscamente. “ Dov’è un telefono, devo fare una telefonata, ora! Adesso!”
continua...
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